29/04/10 - DROGA E CARCERE: INTERVISTA ALL’AVVOCATO ALEXANDRO M. TIRELLI
DROGA E CARCERE: INTERVISTA ALL’AVVOCATO ALEXANDRO M. TIRELLI
Uno dei più importanti penalisti italiani ed avvocato in Italia di notissimi trafficanti internazionali ci parla del fenomeno cocaina oggi e della necessità di strumenti alternativi al carcere.
a cura di Emilio Rossi
Roma, 12/12/2009
Avvocato, il mercato della droga è ancora in continua espansione?
L’allarme lanciato da quaranta anni è ancora tutto attuale. Il dilagare della droga, ha radici profonde e lontane, ma in questi quarant’anni avremmo potuto mettere in piedi dei capisaldi culturali, legislativi e strutturali. Più che parlare di intervento specifico e mirato tra le sbarre per il tossicodipendente, si dovrebbero prevedere obblighi, impegni, percorsi, strutture educative, come è, ad esempio, la comunità. Bisogna però stare attenti a che il bisogno ed il diritto ad un aiuto non diventino pretesto per continuare a piangersi e a farsi piangere addosso. Il problema è un altro: la società deve chiedersi per chi e a che cosa serve il carcere. Purtroppo, credo che sul tema droga ci si muova solo per questioni ideologiche, da una parte come dall’altra degli schieramenti politici.
Come ci si sente a difendere criminali di grande calibro, come ad esempio alcuni personaggi dei cartelli colombiani e messicani?
Devo dire, innanzitutto, che io non mi sono mai occupato di trafficanti, ma di persone. E quando ci si occupa delle persone si è sempre profeti, perché se uno sa guardare nel cuore dell’emarginato, vede quali saranno i percorsi del disagio. Non ci si lasci ingannare dalle apparenze, come succede - ad esempio - quando si cerca di capire il problema della tossicodipendenza studiando il flusso del narcotraffico o dell’uso delle sostanze.. Sarebbe come pretendere di capire quali sono i problemi sessuali degli italiani, attraverso l’analisi del mercato della prostituzione. Chiediamoci per chi e a che cosa serve il carcere e, di conseguenza, se la detenzione sia l’unico tipo di pena infliggibile, non solo al tossicodipendente ma ad ogni cittadino che commetta i crimini.
In questo senso, l’allarme che io lancio da quarant’anni è ancora tutto attuale. Sicuramente il dilagare della droga ha radici profonde e lontane. Ma, è altrettanto vero, che in questi quarant’anni avremmo potuto mettere in piedi dei capisaldi culturali, legislativi e strutturali, che farebbero ben sperare per il futuro prossimo.
Per ciò che attiene al problema dei consumatori, ossia ai tossicodipendenti, lei ritiene che essi siano concretamente recuperabili?
La Comunità di recupero, quando trova soggetti convinti a liberarsi dalla tossicodipendenza, è capace di modificare le personalità, riuscendo a tirare fuori dall’essere umano il meglio di lui, anche se, talvolta,questo lato dell’ego risulta troppo ben nascosto. Lasciata la Comunità,il soggetto si trova ad affrontare una nuova vita, per la quale ha a lungo combattuto, ma ciò diventa troppo spesso impossibile per l’assenza di opportunità concrete nella società.
Detto questo, è vero però, che senza istituire corsie preferenziali per le categorie disagiate degli ex (tossico, detenuto, alcolizzato, barbone, etc.), lo Stato, attraverso le sue organizzazioni periferiche, dovrebbe offrire a chi ha dimostrato responsabilità alcuni strumenti che, per un periodo, lo aiutino a sbloccare una situazione, a sciogliere un nodo. Credo che i SERT potrebbero, ad esempio, fare molto in questo campo, operando sul territorio e, riagganciando chi è uscito dalla comunità, oppure ha finito di pagare il suo conto con lo Stato.
Cosa impedisce alla politica di non perdere altro tempo e di legiferare adeguatamente?
Molti politici, come l’ex Ministro Livia Turco, il Senatore Imposimato, il Ministro Giovanardi, l’Onorevole D’Antoni, e tantissimi altri, mostrano attenzione, ne4l senso che sembrano interessati ad un approccio di lotta che non guardi unicamente alla repressione, ma al recupero dei condannati. Cosa impedisca agli attuali ministri di legiferare adeguatamente, bisognerebbe chiederlo a loro. E’ comunque sempre possibile confrontare opinioni diverse per far crescere il dibattito. Basterebbe che iniziassero però a legiferare. Purtroppo, credo che ormai sulla droga ci si muova solo per questioni ideologiche, da una parte come dall’altra degli schieramenti politici. Chi è al Governo deve subordinare le politiche sulla droga ad altri equilibri, a questioni di competenza e gestione dei fondi.
Nonostante questo, il Governo sembra a volte desideroso di fare passi in avanti, togliendo di mezzo formulazioni legali di compromesso: mi riferisco per esempio alle tabelle che ipocritamente distinguono droghe di serie A, B o C; o come la distinzione tra uso (o possesso) personale di droga
Un anno fa al telegiornale Lei hai dichiarato che "il carcere è una scuola di delinquenza, non serve. Un ragazzo entra ladruncolo ed esce rapinatore e bandito"
Sono anni che io dico e scrivo che "un anno di carcere è peggio di un anno di droga", e condivido il concetto che non si possono trattare i tossicodipendenti che compiono dei reati, come dei semplici malati, incapaci ci ogni responsabilità civile e penale. Questo sì segnerebbe la loro condanna definitiva. Il problema è un altro: chiederci per chi e a che cosa serve il carcere e, di conseguenza, se la detenzione sia l’unico tipo di pena infliggibile.
Sicuramente c’è il criminale difficilmente recuperabile e, comunque, non trattabile, per cui la prima cosa da fare è togliergli violentemente ogni forma di libertà fisica. Ma, per gli altri, credo che si possano trovare livelli diversi di intervento coattivo, proporzionati al reato e alle condizioni della persona. Pertanto, più che parlare d’intervento specifico e mirato nel carcere, per i cui reati siano sostanzialmente riconducibili ad una condizione di vita che lo ha portato anche alla droga, si dovrebbero prevedere obblighi, impegni, percorsi, strutture educative, com’è, ad esempio, la comunità. Fare un ibrido - e cioè un carcere che sia anche comunità - non serve, perché crea confusione, nella persona e tra le persone: sia tra i residenti - detenuti che tra di loro e gli operatori che sono un po’ educatori un po’ poliziotti. Io sono convinto che "dove inizia la costrizione, cessa l’educazione", e per costrizione intendo quella che ti viene imposta dal di fuori senza una tua decisione interiore. E allora il vero aiuto da dare è aiutare la persona a capire che per uscire dal suo stato di criminalità e tossicodipendenza ha necessariamente bisogno di fare un percorso rieducativo e che, quanto prima arriverà a comprenderlo, tanto prima ne verrà fuori.